Il mondo della musica italiana si è svegliato oggi, 24 marzo 2026, con una notizia che segna la fine di un’epoca: Gino Paoli è morto all’età di 91 anni. Il cantautore si è spento serenamente nella sua casa di Genova, circondato dall’affetto dei suoi cari, dopo una breve malattia che lo aveva costretto a un ricovero in clinica nelle ultime settimane. Con lui scompare l’ultimo pilastro della leggendaria “scuola genovese”, quel manipolo di artisti che negli anni Sessanta rivoluzionò la canzone italiana introducendo la poesia, l’esistenzialismo e il realismo quotidiano.
La scomparsa di Paoli arriva in un momento di profonda fragilità personale per l’artista. Solo pochi mesi fa, nel novembre 2025, il cantautore aveva dovuto dire addio a Ornella Vanoni, sua compagna di vita e d’arte per oltre sessant’anni. Un dolore reso ancora più lacerante dalla perdita improvvisa del figlio Giovanni, scomparso nel marzo 2025 a soli 60 anni a causa di un infarto. Questi lutti avevano spinto Paoli a un ritiro quasi totale dalle scene, chiudendosi in una riservatezza che ha caratterizzato l’ultimo anno della sua lunga e intensa esistenza.
Nato a Monfalcone nel 1934 ma cresciuto nei caruggi di Genova, Paoli non era destinato inizialmente alla musica. Prima di diventare il paroliere dell’anima italiana, aveva lavorato come facchino, grafico e pittore. Fu l’incontro con amici come Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Fabrizio De André e Umberto Bindi a cambiare la sua rotta, portandolo a firmare brani che sono diventati parte integrante del nostro DNA culturale.
Il successo travolgente arrivò nel 1960 con “La gatta”, una ballata che descriveva con semplicità disarmante la sua vita bohémien in una soffitta vicino al mare. Ma fu “Il cielo in una stanza”, portata al trionfo da Mina, a consacrarlo definitivamente: un brano ispirato, come lui stesso amava ricordare, da un incontro in un bordello genovese che si trasformava in una riflessione metafisica sullo spazio e sull’amore. Da lì fu un susseguirsi di capolavori: “Senza fine”, dedicata alla Vanoni, e la celeberrima “Sapore di sale”, arrangiata da Ennio Morricone e legata alla sua storia con Stefania Sandrelli.
La vita di Gino Paoli, però, non è stata fatta solo di luci e applausi. L’11 luglio 1963 il cantautore tentò il suicidio sparandosi al cuore. Sopravvissuto miracolosamente, visse per il resto della vita con il proiettile incapsulato nel pericardio, un “ospite” che citava spesso come simbolo della sua sfida costante alla morte e della sua natura indomita. “Il suicidio è l’unico, arrogante modo dato all’uomo per decidere di sé”, avrebbe dichiarato anni dopo, confermando quel carattere schietto e allergico ai compromessi che lo ha accompagnato anche nell’impegno politico come deputato del PCI e nel ruolo di Presidente della SIAE.
Negli ultimi decenni, Paoli aveva saputo reinventarsi ancora, abbracciando il jazz e collaborando con talenti come il pianista Danilo Rea, dimostrando una longevità artistica rara. Nonostante le critiche alla modernità e all’industria dei talent show, che considerava un “gioco crudele”, non aveva mai smesso di cercare la bellezza e la “decenza” in un mondo che sentiva sempre meno suo.
Oggi l’Italia perde un poeta che ha saputo raccontare “una lunga storia d’amore” con il suo pubblico, un uomo che ha visto il cielo sopra di noi anche quando le stanze non avevano più pareti. Le sue canzoni continueranno a risuonare, lasciando quel gusto di sale e di eternità che solo i veri geni sanno regalare.








